di Antonio Rossano

“La mia giornata trascorre tra centinaia di siti e blog, libri da leggere, articoli da editare e conversazioni via Skype con università e centri di ricerca oltre oceano…” Così parte la nostra chiacchierata con Serena Danna, 31 anni, responsabile della sezione Nuovi Linguaggi de “La Lettura”, appuntamento domenicale del Corriere della Sera, quello che Serena definisce “il supplemento culturale più bello del mondo”.
Al quotidiano il Manifesto nel 2003, per cui ha scritto anche da Lisbona e Londra, città in cui ha studiato durante gli anni della laurea, nel 2007 è stata assunta al Sole 24 Ore, dove ha lavorato per 3 anni e mezzo, fino all’ingresso al Corriere della Sera. Ha scritto un libro di interviste per Einaudi, “Prodotto Interno Mafia”, un’avventura per Serena “difficilissima ed entusiasmante”. Nell’estate 2012 è stata visiting editor al Guardian per tre settimane, mentre quest’estate ha lavorato nella sede di corrispondenza di New York del Corriere della Sera.

A ”La Lettura” ti occupi di Nuovi Linguaggi, ovvero…?
“Ovvero tutto quello che riguarda la cultura digitale. La Lettura è nata con l’ambizione e l’obiettivo di provare a parlare di tecnologia liberandola dagli ambiti angusti dei servizi e dei prodotti, provando a dare alla tecnologia la giusta collocazione che dovrebbe avere, ovvero quella culturale: questo è uno dei motivi per cui la cultura digitale è uno dei pilastri de “La Lettura”. E questo è anche uno degli argomenti che ci sta dando maggiore soddisfazione e siamo credo anche gli unici ed i primi, come inserto culturale, che hanno deciso di investire in un settore del genere.”

Nelle tue analisi, vi è spesso la consapevolezza della presenza, in rete, di una comunicazione con modelli superati, che fa fatica ad adeguarsi al medium, come quando sul “Corriere“ del 6 marzo scorso hai scritto un post sul M5S “Il Movimento comunica su Internet con un blog e un sito di 12 anni fa, ma evita le interazioni del “web 2.0”.
“Secondo me il problema è che noi siamo ancora agli inizi di quella che è una rivoluzione sicuramente affascinante ma anche molto difficile perché siamo in una fase di piena transizione e quindi ancora non riusciamo a liberarci del cosiddetto “vecchio”, che ci impedisce di avanzare, senza zavorre, verso il “nuovo”. Ci tengo anche a sottolineare che poi non bisogna essere fautori di un “nuovismo” radicale: ci sono, soprattutto per il giornalismo, tantissime cose da salvare del passato. Perché è vero che le nuove tecnologie ci offrono una quantità di opportunità e di possibilità per la professione ma dopodiché i valori ed i contenuti di questa, restano gli stessi di dieci o di cento anni fa. Siamo in un momento in cui vecchio e nuovo continuano a convivere e non nella maniera armonica in cui, mi auguro, riusciranno a convivere tra alcuni anni. Non come accade ancora purtroppo molto spesso adesso, condividendo i lati più negativi.”

I giornali sono in crisi. Una crisi ormai endemica nata poco dopo l’avvento di internet. Si è detto, da più parti “i giornali sono in crisi, il giornalismo non è mai stato così in salute…”
“E’ chiaro che è in crisi un modello di giornalismo, non “il giornalismo”. Se c’è stato un periodo paragonabile, per quanto riguarda la ricchezza delle opportunità e delle possibilità, credo sia stato con l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Guttenberg. E’ in crisi un modello di sostenibilità economica, di organizzazione del lavoro che oggi si sta disintegrando in quanto non è in grado di affrontare i cambiamenti richiesti dal periodo.”

Con il digitale, nascono nuove “forme” di contenuti: native advertising, brand journalism, entrepreneurial journalism, sono alcune delle etichette che li individuano. Come cambia il giornalismo e che problemi possono sorgere?
“Le pubblicità native sono chiaramente una tipologia di contenuto che ha a che fare con la pubblicità. Le testate che hanno lanciato e stanno sperimentando questi nuovi percorsi come BuzzFeed, The Verge, ma anche il Wall Street Journal mi sembra stia affrontando questa tipologia di contenuti, non credo siano cosi tanto distanti dai nostri publi-relazionali che spesso scatenano i mal di pancia nelle redazioni “tradizionali”. Se sei onesto con il lettore su quello che sta leggendo, va bene tutto. L’importante è non far credere al lettore che stai facendo giornalismo quando non lo stai facendo, quando stai comunicando un prodotto, stai facendo storytelling rispetto ad un brand, ad un prodotto, ad un marchio. Questa è comunicazione, informazione, se vogliamo, ma non giornalismo. Un giornale può essere fatto di tanti contenuti ed un contenuto che arriva da un brand o da una pubblicità, può stare benissimo accanto ad un inchiesta giornalistica in senso stretto, se proprio quegli articoli poi consentono al giornale una sostenibilità economica. Senza soldi non si possono fare le inchieste…“

Esiste, nel giornalismo, un business model vincente?
“Io sono curiosa di vedere quello che farà Jeff Bezos al Washington Post, perché se c’è una persona in grado di fare sorprese per quanto riguarda un modello di business possibile è lui. E’ chiaro che i giornali non potranno più essere come li abbiamo conosciuti fino ad oggi per numeri per dimensioni, per contenuti prodotti. La pubblicità non potrà più essere sicuramente “il” modello di business. “